È il 1860. A ridosso dei Pirenei, nella città di Eibar, tre fratelli decidono di fondare la loro compagnia: la Orbea Hermanos, dedicata alla produzione di armi da fuoco. Partiti da una più che modesta officina ai margini della foresta, in pochi anni i fratelli Orbea diventano i principali produttori di armi in Spagna.

Eibar è la città dell’artiglieria. Orbea è il primo impianto industriale del Paese a produrre in autonomia energia elettrica. L’azienda è anche una delle prime a ordinare la costruzione di una rete elettrica aperta ai cittadini. Economia aziendale e comunitaria si incontrano.

Il prodotto di punta è il revolver. Il cliente principale è il governo spagnolo, ma nel tempo armano anche il corpo di polizia di New York. La gestione è estremamente gerarchica e familiare, lavoro e vita privata hanno confini sottili. Si lavora, si mangia, si prega insieme. Viene costruita una piccola cappella privata accanto allo stabilimento e si decide poco dopo di aprirla anche ai lavoratori. La comunità nata attorno all’azienda è così grande che alla messa della domenica arrivano famiglie dall’intero centro urbano. I cancelli dell’impianto si trasformano in una piazza dove ritrovarsi a inizio e fine giornata. 

Con la prima guerra mondiale la richiesta di armi si impenna, ma si tratta di una crescita tanto improvvisa quanto temporanea, effimera. Il vento cambia rapidamente e con la fine della guerra la richiesta di armi e proiettili si esaurisce, la produzione si arresta. I conflitti in Europa non sono ancora spenti, ma per un attimo la tensione si allenta. Sembra che improvvisamente nessuno abbia più bisogno di sparare un colpo.

Da dove ripartire quindi? Dalla capacità di lavorare l’acciaio, ereditata da un secolo di artiglieria. Carmelo Urdangarín, ai tempi general manager Orbea, in un recente documentario parla della loro intuizione: “Avevamo a disposizione tutti gli strumenti per la produzione di armi e munizioni. Dovevamo solo capire come usarli per creare qualcosa di diverso. La risposta era già nell’aria”. Le persone volevano tornare a muoversi con la libertà che avevano conosciuto prima della guerra.

Libertà che solo la bicicletta poteva dare. Se Orbea era capace di assemblare con assoluta precisione un revolver, probabilmente saldare il telaio di una bicicletta non doveva sembrare così impossibile. Ecco quindi il piano per salvare l’azienda: iniziare a produrre delle leggere e veloci biciclette da corsa.

Se era capace di assemblare un revolver, saldare il telaio di una bicicletta non doveva sembrare così impossibile

L’esperienza con le armi, iniziata nel 1840, si conclude così nel 1930. Il passaggio viene accompagnato da grandi sperimentazioni: durante la riconversione, mentre vengono prodotti gli ultimi esemplari di revolver, iniziano a commercializzare carrozzine per neonati. Non è raro, a cavallo del 1930, vedere sulle loro locandine pubblicitarie una pistola e un passeggino, accostati. Ma ogni esperimento viene messo da parte in favore della bicicletta, mezzo che stava per incontrare la completa approvazione popolare. 

© R T / Canàl

Non è raro, a cavallo del 1930, vedere sulle loro locandine pubblicitarie una pistola e un passeggino, accostati

La riconversione industriale di Orbea provoca qualche incertezza sull’identità visiva aziendale. Anche per questo motivo il loro stemma vede così tante trasformazioni, passando dalle pistole incrociate alle ruote racchiuse in una corona d’alloro. Eppure, fra i tanti cambi d’abito, è rimasta la volontà di non rinnegare la propria storia. Orbea ha conservato lo stesso nome anche attraversando grandi conflitti, cambiamenti produttivi e amministrativi. 

Alla fine della guerra civile spagnola la fabbrica conta 1000 impiegati e produce 160 esemplari al giorno. Arriva e passa anche la seconda guerra mondiale, lasciandosi dietro un fiorente protezionismo. Le biciclette si possono comprare solo se interamente costruite fra le mura del Paese. Ma ancora una volta il vento spinge a favore della fuga.

Il contenimento del governo spagnolo porta con sé dei risvolti positivi: i nuovi modelli di biciclette da passeggio vanno a ruba come i churros.

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Quando tutto sembra prospero, negli anni più felici di Orbea, si verifica una situazione tanto impensabile quanto banale: il mercato lentamente si satura. La produzione rallenta e nel 1969 l’azienda fallisce. L’attività ha ormai radici profonde che si insinuano nel tessuto sociale, il fallimento coinvolge l’intera comunità.

Ai lavoratori è richiesto di fare un secondo grande colpo di reni. Non accettando di vedere il sogno svanire, convincono la dirigenza a cedere loro il marchio e nasce così la nuova cooperativa. E passare da dipendente a socio significa prima di tutto investire i propri risparmi, andare in testa al gruppo a prendersi l’aria in faccia. Il cambio di formula regala a Orbea dieci anni di grande entusiasmo e senso di appartenenza. 

Passare da dipendente a socio significa investire i propri risparmi, andare in testa al gruppo a prendersi l’aria in faccia

Arrivano gli anni ‘80 ed esplode il ciclismo su strada che vede protagonisti grandi nomi spagnoli. Il nuovo ciclismo è fatto di duelli che rimbalzano dalla strada alle pagine dei quotidiani, di innovazioni tecniche e colori fluo. Tutto è cambiato. Da qui in avanti è un lento inseguimento al mondo del professionismo. Togliersi di dosso la veste amatoriale è difficile. Serve un cambio di visione interno, prima di riuscire a cambiare il percepito del pubblico.

Non senza fatica arriva la visibilità sperata, grazie ai rapporti con alcuni ciclisti Baschi che emergono con ottimi piazzamenti ai grandi giri. Negli anni ‘90 Orbea compie l’ultimo grande sforzo: il sottile passaggio da azienda a brand, capace finalmente di comunicare valori oltre ai prodotti. Uno su tutti, la resilienza, prima caratteristica del popolo basco. Una storia fatta di armi e pedali, di fallimenti e traguardi.