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Cinquant’anni fa la Cina era immersa nel decennio più caotico e traumatico della sua storia recente: la Rivoluzione Culturale. In quel periodo la nazione fu presa da una peculiare isteria: una mania per i manghi. Il frutto diventò oggetto di profonda venerazione e strumento di culto del presidente Mao.

Per duemila anni le icone legate alle attività di pesca erano state utilizzate, su dipinti e stampe, come simboli della Cina. Rappresentavano un auspicio di buona salute e lunga vita. Ma dall’agosto del 1968 e per circa un anno le immagini dei pescatori furono rimpiazzate da quelle dei manghi. Il frutto straniero divenne il cibo più venerato della Cina. Per iniziativa, molto casuale, di Mao Zedong.

All’inizio degli anni ’60, con la popolarità del leader ai minimi storici, il suo movimento aveva bisogno di un’iniziativa per rilanciare l’azione politica nel Paese. Così nacque la cosiddetta “Rivoluzione Culturale”, inaugurata nel 1966. ​​Obiettivo della rivoluzione era rimodellare la società purificandola dagli elementi considerati borghesi e “impuri”.

Un sottoprodotto della Rivoluzione fu la formazione spontanea di gruppi di combattenti pro-Mao, chiamati “Guardie rosse in difesa del pensiero di Mao Zedong”, riconosciuti e incoraggiati dallo stesso leader.

La Cina era immersa nel decennio più caotico e traumatico della sua storia: la Rivoluzione Culturale

Nell’estate del 1968 Mao inviò 30.000 operai all’Università Qinghua di Pechino, armati solo del loro talismano, il Libretto Rosso. Gli oppositori li attaccarono uccidendone cinque e ferendone più di 700, prima di costringerli ad arrendersi. 

Mao decise di recarsi in visita presso lo stabilimento dei lavoratori, per ringraziarli e offrire un dono insolito: una cassa di 40 manghi. Il gesto generò un effetto particolare tra gli operai. “Nessuno nel nord della Cina aveva mai visto un mango o sapeva cosa fosse”, ha ricostruito la storica dell’arte Alfreda Murck, che ha raccontato la storia in un saggio scritto per gli Archives of Asian Art. “Gli operai rimasero svegli tutta la notte a guardarli, annusarli e accarezzarli. Si domandavano cosa fossero quei frutti magici”.

Un gruppo di operai di Qinghua esulta davanti ad un vassoio di manghi. Il nastro recita: "Augurando rispettosamente la vita eterna al presidente Mao” (photo: BBC)

Mao decise di offrire ai lavoratori un dono insolito: una cassa di 40 manghi

In un’intervista della BBC, un uomo che all’epoca lavorava nello stabilimento di Pechino ha raccontato l’arrivo del frutto tra gli operai. “Il rappresentante militare entrò nella nostra fabbrica con il mango sollevato sopra la testa. Discutemmo su cosa farne. Se dividerlo tra noi, mangiarlo o conservarlo. Alla fine decidemmo di conservarlo nella formaldeide, come una reliquia”, ha raccontato Zhang Ku.

Per molti il mango divenne immediatamente un simbolo del processo di cambiamento introdotto da Mao. Molti giovani cinesi venivano del resto mandati in campagna in quegli anni, per imparare dai contadini a occuparsi dei frutti della terra. Il mango doveva simboleggiare la nuova fiducia nel futuro agricolo del Paese.

Un poster del 1968 con un mango (photo: Wikimedia)

Quello che gli operai non sapevano, in realtà, è che il dono di Mao fu piuttosto casuale. Gli uomini presumevano che fosse stato un atto di altruismo, un gesto di gratitudine e riconoscenza. Ma non sapevano la verità. 

Al leader della Rivoluzione non piaceva la frutta. Era un fatto piuttosto noto tra i suoi collaboratori. Quella cassa di manghi gli era stata regalata, il giorno prima dell’incontro con gli operai, dal Ministro degli Esteri pakistano. Probabilmente fu un modo semplice di “riciclare” un regalo poco gradito. In Cina la tradizione di ri-donare (zhuansong) ha lunghe radici ed è considerata un onore sia per il donatore che per il destinatario.

Quello che gli operai non sapevano è che il dono fu in realtà piuttosto casuale

Il regalo scatenò ad ogni modo un vero culto di massa in Cina. Sembra che lo stesso Mao trovasse piuttosto divertente la venerazione nei confronti del frutto, finito al centro di una passione collettiva.

I frutti della prima cassa vennero portati in processione, tra tamburi e persone lungo le strade, dalla fabbrica all’aeroporto”, ha raccontato Wang Xiaoping, un altro dipendente dello stabilimento di Pechino. Venne addirittura noleggiato un aereo per trasportare un solo mango in una fabbrica di Shanghai. Quando i manghi iniziavano a marcire gli operai li cucinavano: la polpa veniva fatta bollire, ricavando un’acqua considerata “sacra”. A turno ogni lavoratore ne beveva un cucchiaio.

Lo stesso Mao trovava piuttosto divertente la venerazione nei confronti del frutto

In breve iniziò una produzione di manghi artigianali, realizzati in cera, ciascuno con una copertura in vetro. I simboli venivano distribuiti tra gli operai del Paese, a cui veniva chiesto di venerarli come oggetti sacri, con pesanti sanzioni in caso di rifiuto. Alcuni dei rituali richiesti imitavano le tradizioni buddiste e taoiste. Spesso i manghi venivano posti su un altare, davanti al quale gli operai si inginocchiavano a turno.

Fin dall’inizio il mango ha assunto qualità simili a quelle di reliquie. Erano oggetti da venerare e adorare”, ha spiegato Adam Yuet Chau, docente dell’Università di Cambridge. “Non solo il mango era un regalo del Presidente. Erano essi stessi il Presidente”.

La Cina ha una lunga storia di associazioni simboliche con il cibo, che potrebbero aver incoraggiato interpretazioni spirituali del frutto. In quel periodo i leader operai paragonavano il mango al “fungo dell’immortalità” e alla “pesca della longevità”, antichi simboli della mitologia cinese.

(photo: Wall Street International)

Il successo del mango venne immediatamente sfruttato dalla propaganda Comunista. Il partito produsse articoli per la casa, saponi e sigarette tutti a tema mango. I grandi magazzini vendevano piccole teche di vetro per esporre i manghi in casa. Immagini del frutto decoravano tazze e vassoi smaltati, pacchetti di sigarette, astucci e specchietti.

Durante la Giornata Nazionale di Pechino, nell’ottobre 1968, grandi manghi di cartapesta apparvero sul carro principale in piazza Tienanmen. “La parata avrebbe dovuto celebrare l’apertura del ponte sul fiume Yangtze a Nanchino. Ma il mango aveva preso il sopravvento anche sulle infrastrutture”, spiega Murck. “Era un simbolo più eccitante per i lavoratori. Quindi venne messo in primo piano nella parata”. L’immagine del carro avrebbe decorato per mesi tessuti e manifesti della propaganda nazionale.

Immagini del frutto decoravano tazze e vassoi smaltati, pacchetti di sigarette, astucci e specchietti.

Non tutti furono entusiasti del fenomeno in corso, ad ogni modo. L’artista Zhang Hongtu ha raccontato che quando la storia del mango si diffuse nel Paese la trovò subito particolarmente assurda. “Come gran parte delle persone non avevo mai visto o mangiato un mango. Era insensato che diventasse il simbolo di un Paese come la Cina”. Tutti i contestatori però venivano severamente puniti. Alcune fonti riportano la pubblica umiliazione di un dentista di un villaggio che aveva osato paragonare il mango ad una semplice patata dolce. 

Il mito ebbe vita abbastanza breve. Iniziò a svanire lentamente qualche anno dopo. Alla fine del decennio successivo, quando Mao era malato e senza un erede politico, la moglie Jiang Qing commissionò un film dal titolo “La Canzone del Mango”, per cercare di rilanciare la popolarità del simbolo. Sfortunatamente, una settimana dopo l’uscita, Jiang venne arrestata e il film ritirato. Fu l’ultimo capitolo della saga del mango nella storia della Cina.

("Pechino n. 1 - Mango di cera” - Museum Rietberg, Zurigo)

Nel 2013 il Reitberg Museum di Zurigo ha ospitato una la mostra dedicata al simbolo degli anni di Mao, a cura di Alfreda Murck. I ricercatori del museo hanno esposto medaglioni a forma di mango e tessuti con il venerato frutto. 

Nei mercatini delle pulci di Pechino è ancora possibile trovare oggetti dedicati al mango, originari degli anni ‘60, per un prezzo relativamente basso. Al Partito Comunista la cosa non piace: ai venditori viene chiesto di non vendere questi oggetti agli stranieri. Sic transit gloria manghi.

Questo articolo è frutto di sintesi e rielaborazione di notizie provenienti da diverse fonti, tra cui BBCMental Floss, Wall Street International