Il nome originario è difficile da pronunciare: Hinook-Mahiwi-Kalinaka. È stata una designer e artista nativo-americana, vissuta a Winnebago, in Nebraska. Era nota come Angel DeCora e all’inizio del Novecento si occupò di promuovere le arti nativo-americane, all’epoca sistematicamente svilite e oscurate. La sua storia, con un sacco di gran lavori, è stata raccontata dal sito Letterform Archive.

DeCora era laureata, cosa insolita per le donne del tempo. Aveva intrapreso la sua carriera portando la tradizione visiva del suo popolo su libri e riviste. Collaborò con alcune case editrici, pubblicò due storie su Harper’s New Monthly Magazine nel 1899, accompagnate da sue illustrazioni dipinte.

Il lavoro sulla raccolta di brani Wigwam Stories (1902) fu particolarmente ricco: la progettazione incluse il design della copertina e le illustrazioni all’interno. In seguito collaborò alla realizzazione di The Indians Book (1907), un libro con storie e canzoni dei popoli tribali, a cura dall’etnomusicologa Natalie Curtis. Per il volume DeCora disegnò una cover ispirata alle custodie di pelle usate dalle tribù locali, chiamata “parfleche”.

Secondo la Curtis, impegnata nel documentare e diffondere la cultura dei primi americani, le scelte di DeCora rispondevano ad uno scopo culturale, oltre che estetico: “La copertina del libro diventava a sua volta una custodia. Aveva il compito di proteggere le canzoni e le leggende del suo popolo”, ha scritto l’esperta nell’introduzione al volume. “Nelle prime pagine compaiono, ad esempio, l’Aquila e il Canto dell’Aquila. L’aquila è amata e venerata dagli indiani. È il più forte di tutti gli uccelli. Non è un caso che DeCora l’abbia scelta per aprire il libro”.

"Wigwam Stories", 1906 - Letterform Archive

Il lavoro su “Wigwam Stories” fu particolarmente ricco. Includeva il design della copertina e le illustrazioni all’interno

In un articolo pubblicato su The Outlook, Curtis è tornata a raccontare l’inizio della sua collaborazione con la designer nativo americana: “Le avevo chiesto di disegnare solo poche pagine introduttive del mio libro. Quando mi consegnò le prime proposte, c’erano font così sorprendenti, con uno stile così originale, che gli editori decisero di applicarli sulle altre pagine del libro”.

Nel volume ricorrono forme e simboli delle tribù dei Grandi Laghi, come perle e triangoli, oppure tonalità verdi e arancioni. Un inserto di tessuto, con l’incisione di un testo, apre ogni capitolo. Nella sezione dedicata al popolo dei Wabanaki, ad esempio, la frase recita: “Un’immagine intagliata nella corteccia di betulla da un indiano Penobscot. Rappresenta l’alce-mucca, l’alce-toro e l’anatra selvatica”. La corteccia della betulla nordamericana era un materiale molto utilizzato dai Wabanaki, che lo incidevano per ottenere disegni o mappe.

"The Indians Book", 1907 - Letterform Archive

La copertina del libro diventava una custodia. Aveva il compito di proteggere le canzoni e le leggende del suo popolo

DeCora dedicava cura e creatività in particolare alla forma dei suoi font. I caratteri evocavano linee di piante, alberi o altri elementi naturali. Per la copertina della sezione “Plains Indians”, in particolare, progettò un lettering con motivi a mezzaluna, simili alle corna di un bufalo. La cover dedicata al popolo Kwakiut, invece, ospitava alcune forme tipiche del design locale, come la balena, il falco e la forma dell’occhio.

Frontespizio da "The Indians Book” - Letterform Archive

Nel frontespizio del capitolo sugli Arapaho, le lettere appaiono condensate, geometriche, con un baricentro alto. La “R”, “P” e “H” sembrano strisce di perline, con inserti interni che ricordano la tecnica del “quillwork”, un’attività dei popoli del Nord America che usano gli aculei di porcospino o piume d’uccello per abbellire i tessuti.

Frontespizio da "The Indians Book” - Letterform Archive

DeCora dedicava grande cura al lettering. I suoi caratteri riprendevano le linee di piante, alberi o altri elementi naturali

Un articolo pubblicato su The Red Man nel 1911, scritto dalla stessa DeCora, riporta nel dettaglio il percorso formativo della designer. Dopo quattro anni in un college del Massachusetts, si era spostata in Pennsylvania per studiare con Howard Pyle, grande illustratore del tempo.

Nella biografia “Fire Light: The Life of Angel DeCora”, compaiono i commenti dello stesso Pyle al lavoro di DeCora, definita “non solo un talento, ma un genio”. Inoltre aggiungeva che “se fosse a Parigi, tutto il mondo saprebbe di lei”, ma che sfortunatamente era una donna, quindi vittima di pregiudizio. “In particolare una donna indiana americana”.

Un ritratto di Angel DeCora in abiti tradizionali - Foto di Gustave Hensel, 1907

Dopo un primo periodo in cui lavorò principalmente come pittrice, l’interesse di DeCora iniziò a volgersi verso il design. Aveva capito, come spiegava lei stessa nell’articolo, che “la composizione grafica era il miglior canale per trasmettere il talento decorativo delle tribù nativo americane”. Nel 1906 venne assunta come insegnante alla Carlisle Industrial Indian School in Pennsylvania, dove incoraggiò schiere di studenti e studentesse ad attingere alla loro eredità e alla loro cultura.

Dopo la sua morte prematura, avvenuta nel 1919 all’età di 47 anni, la studiosa Natalie Curtis ha attribuito a De Cora il merito di aver fatto avanzare “un’arte americana, vitale, individuale e indigena”.

Un articolo sul "The Wisconsin Magazine”, agosto 1927

La composizione grafica era il miglior canale per trasmettere il talento decorativo delle tribù nativo americane

Cento anni dopo l’uscita del libro The Indians Book, molti nativi americani e native americane applicano lo stesso spirito identitario di Angel DeCora, portando nelle loro opere i segni delle culture di appartenenza. Alcuni nomi sono particolarmente noti nelle comunità professionali, come Kathleen Sleboda (nome nativo: Nlaka’pamux/Okanagan), co-fondatrice e direttrice di Draw Down Books. Oppure Victor Pascual (Diné/Maya) che si occupa di branding e Sebastian Ebarb, consulente di comunicazione per grandi clienti internazionali.

Proprio come DeCora, in tanti si dedicano in particolare al lettering delle lingue indigene: Jessica Harjo (Otoe-Missouria/Osage/Pawnee/Sac&Fox) ha realizzato un carattere tipografico per la lingua Osage. Leo Vicenti (Jicarilla Apache) ha creato “Daanazaa”, un carattere ottimizzato per il linguaggio Apache. Mentre Kaylene Big Knife ha fatto lo stesso per l’idioma dei popoli Cree. 

Poi c’è Diné Randy L. Barton: artista di origini Navajo, realizza principalmente murales e graffiti. Le sue “Boogie Letters” includono punte di freccia, croci e piume. Il sito dell’autore spiega che gli insegnamenti Navajo hanno iniziato a plasmare la sua vita in tenera età. In homepage, le prime parole recitano: “Sono del clan Near The Water. Sono nato per il clan Salt. Mio nonno materno è del clan della Casa Torreggiante. Mio nonno paterno è del clan Many Goats. Ecco come sono un uomo”.